Dicono che Giuseppe Raffaele, siciliano, fresco 47enne, allenatore del Potenza Calcio, sia un tipo taciturno. Il silenzio è “d’oro” è vero, ma a leggere le sue parole, forse mai così “aperte”, si scopre un mister che è ben consapevole che, qui da noi, la vera riserva “aurea” di questo sport, è la passione a 24 carati di una intera Città.

d- Come giustifica la sua esistenza?

r – Bella domanda (ride). Grazie a mia madre e a mio padre. Ho sempre cercato di essere una persona onesta, diretta, vivendo con gioia, e seguendo i principi dei miei genitori e quelli propri della cultura in cui sono cresciuto.

d- Lei è siciliano. I suoi genitori cosa facevano?

r – Mia madre, adesso in pensione, era impiegata al Comune. Mio padre è nato barbiere, ma poi è andato a lavorare all’Acquedotto.

d- E lei invece quando ha capito che il calcio sarebbe stato la sua vita e il suo lavoro?

r – Il calcio è nato insieme a me, credo. I miei genitori mi raccontano che sin da piccolo ero sempre alla ricerca di una palla; pensi che, siccome mia madre mi aveva vietato di giocare a pallone in casa, io staccavo la testa alle bambole di mia sorella per giocare lo stesso!

d- Immagino le proteste di sua sorella.

r – Molte, moltissime (ride). Comunque ho studiato, mi sono diplomato, ma poi la passione ha prevalso; anzi, già a sedici anni andai via da casa per seguire quello che poi è diventato un lavoro.

d- Aveva un mito, una guida in particolare?

r – No, questo no. Se mi chiede un giocatore che adoravo, è Van Basten.

d- C’è qualcuno a cui deve dire “grazie”?

r – Grazie lo devo dire a tutti, in primis ai miei genitori, perché mi hanno sempre insegnato il valore del sacrificio, della meritocrazia, del non mollare mai. Non ho fatto una carriera strepitosa, ma ho sempre cercato di lavorare al meglio delle mie possibilità. Nel calcio, devo dire “grazie” a tutti i presidenti e gli addetti che mi hanno dato fiducia, sia come giocatore, sia come allenatore.

d- Specie nelle città come questa, in cui c’è molto fervore popolare su questo sport, l’allenatore della squadra di calcio è un po’ come il sindaco. Non trova?

r – Vabè, ma chi sceglie questo mestiere lo mette già in preventivo. Se ti spaventa la pressione non puoi fare questo lavoro: ci devi convivere e utilizzarla per alimentare l’ambizione a fare meglio. Dopotutto, gli allenatori prendono critiche anche vincendo, eh eh eh…quindi

d- Lei si arrabbia quando legge i giornali?

r – No, perché li leggo poco, per mia cultura.

d- Cioè non vuole farsi influenzare dalle critiche?

r – No, è che nel mondo di oggi specialmente, io non… in realtà, guardo più che altro alla reazione dei tifosi allo stadio. Ma ascolto tutti, anche i giornalisti, in maniera diretta. Tuttavia ho molto lavoro da fare e quindi non ho molto tempo… ma ripeto, quelle cose che a volte ti dicono o che leggi…è normale, bisogna farle proprie, e conviverci: è il sale di questa professione.

d- Dorme prima di una partita importante?

r – Tante volte sì, qualche volta no.

d- Ci dica la verità, quante volte sogna quel rigore sbagliato di França?

r – Non mi sono mai arrabbiato per un rigore sbagliato o per l’errore di un portiere. Mi arrabbio su altre cose, quando vedo atteggiamenti di sufficienza, ad esempio, nel gruppo o sul rettangolo di gioco. E poi, se pensiamo che la finale dei Mondiali è finita ai rigori…!

d- Insomma, lo sogna o no?

r – No, ci abbiamo pensato tutti, ma si deve andare avanti. E’ un episodio che ha cambiato il destino di una città, certo, perché voleva dire sognare la serie B…

d- Cosa disse a Carlos?

r – Lo rincuorai, perché aveva dato tutto. Era il minimo che potessi fare.

d- Lei arriva a Potenza per la seconda volta “a corsa già iniziata”. Ha trovato davvero una situazione drammatica, come si è letto sui giornali?

r – Beh, sa, quando le cose non vanno bene, è una somma di tanti fattori.

d- Ma a pagare per primo è sempre l’allenatore.

r – Ripeto, chi fa questo mestiere conosce questo giochino: anch’io, nell’ultimo anno, da una certa situazione, sono andato via poco dopo essere arrivato. La situazione qui non era “drammatica”, ma sicuramente non semplice: tanti giocatori nuovi (quindi poco coesi), una classifica con una piega particolare, una nuova società. Menomale che ne siamo usciti fuori, con un ottimo percorso, anche se c’è qualche rammarico per un paio di punticini in più che sicuramente meritavamo. Nelle due ultime gare abbiamo avuto una leggera flessione, ma ci sta, a causa degli infrasettimanali e poi, fra infortuni e qualche reparto un po’ “corto”, abbiamo sempre giocato con un’ossatura simile. Mi auguro che questa sosta abbia rigenerato qualche giocatore, anche se già questo sabato, con il Monterosi, avremo comunque qualche assenza.

d- Però rispetto all’anno scorso siete messi meglio.

r – Anche perché siamo riusciti a fare ciò che la società aveva chiesto, da subito, al management sportivo: valorizzare molti giovani. Il percorso è su una strada positiva: in questa seconda fase del campionato, altrettanto dura, dobbiamo consolidarci e mantenere questo atteggiamento, migliorando e creando un futuro propulsivo per il Potenza.

d- Lei era molto legato a Caiata…

r – Molto.

d- Adesso ha trovato una gestione più “aziendale”, come si trova?

r – Con le società ho sempre avuto un buon rapporto, perché mi comporto da persona onesta e diretta, senza andare fuori dal seminato. Poi, ognuno ha un suo carattere, e bisogna approcciarsi alle persone per quelle che sono le loro caratteristiche.

d- I maligni dicono che nello spogliatoio c’è un po’ di malumore fra alcuni giocatori che vorrebbero cambiare casacca. Le risulta?

r – “I maligni”??? Guardi, noi abbiamo una rosa molto corposa, ma su 27 giocatori ce ne sono 15 o 16 che sono “under”. In questo momento io ho puntato su un blocco forte di 17/18 giocatori, e quindi è normale che il ragazzino voglia giocare. E magari è anche una scelta societaria mandarlo altrove a farsi le ossa; noi non abbiamo un organico di venti “over”. Molti stanno giocando, ma è normale che cinque o sei bisogna mandarli fuori a farsi le ossa, per poi ritrovarseli con maggiore minutaggio in futuro.

d- Occorrerà comunque intervenire sul mercato. Ha fatto una lista della spesa?

r – Non ne faccio mai. Basta parlare e trovare un punto comune sui giusti innesti da fare, laddove bisogna puntellare (anche in presenza di infortuni). Ci stiamo muovendo, con discrezione, in un discorso che debba essere funzionale a quest’anno, ma anche all’anno prossimo. Va consolidato un gruppo che già c’è, ma credo che in ogni reparto si farà qualcosina.

d- Si ritiene un buon motivatore?

r – Non mi piace parlare di me stesso, ma mi hanno sempre riconosciuto di essere un GRANDE motivatore. Con L’Igea Virtus abbiamo vinto due campionati con squadre fatte per la salvezza, e anche col Potenza facemmo quel grande percorso, col rammarico finale che dicevamo. Spero che qualcosa di bello succeda anche quest’anno, esaltando di nuovo la città. Il sale del calcio è la tifoseria.

d- Qual è la prima cosa che le dice il tifoso per strada? Consigli (o rimproveri) sulla formazione?

r – No, io percepisco soprattutto l’amore, del tifoso. Che sia della curva, della tribuna o della gradinata. O persino che sia uno che al campo non ci viene. E’ un amore sconfinato. Parliamoci chiaro, questa squadra è la seconda pelle della città. E la città ha un potenziale enorme in questo ambito: per una squadra che punta a vincere il campionato, non basterebbe uno stadio a contenere i tifosi.

d- Quindi questo Potenza ha il diritto di essere ambizioso, già da quest’anno?

r – Il Potenza ha il diritto di essere ambizioso, ma bisogna anche capire il “momento” del calcio degli ultimi anni, in cui tenere una squadra in serie C ed essere ambiziosi non è per niente facile. I fallimenti di grandissime società, con potenziali da Serie A, sono all’ordine del giorno. Bisogna dunque fare un passo alla volta, ed essere ambiziosi con cognizione di causa. E credo che questo sia anche il progetto della società.

d- Parliamo della città in sé per sé. Come l’ha trovata al suo ritorno? Meglio, peggio?

r – Premesso che sono un tipo abbastanza “tranquillo”, con le sue abitudini, e quindi…

d- …un posto vale l’altro?

r – No! Volevo dire che qui mi trovo MERAVIGLIOSAMENTE bene. Le persone sono educate, la città è vivibilissima, e io mi sento a casa. L’ho sempre detto, anche dopo il mio primo anno.

d- Però mi deve dire un “però”.

No, non ce ne sono. E’ vero, molti dicono che la città offre poco o tanto, ma io ci sto benissimo. E’ una città pulita, ove fare un giro sul Corso è piacevole…Negli ultimi anni ho vissuto a Gallitello e anche lì stavo bene. Pensi che quando qui fa la neve mia figlia ci viene con gioia, impazzisce, perché di solito non ha modo di vederla. Guardi, non è per l’intervista che sto facendo, ma è uno dei motivi alla base del mio ritorno: stare bene anche fuori dal campo è il massimo per un professionista.

d- Il suo ex Presidente (Caiata) in politica ci è poi entrato Lei non l’hanno mai “corteggiata”?

r – (Sorride) Mah, qualcuno al mio paese, ma non ho né la passione, né la voglia. Tuttavia, ho le mie idee.

d- E’ più “rosso” o più “blu”?

r – (Sorride). Ho le mie idee.

d- Il film che la rappresenta?

r – Adoro la comicità, quindi Ficarra e Picone, ma anche le commedie romantiche. Odio i gialli troppo “invasivi”.

d- La canzone?

r – Sono nato con Vasco Rossi…ce ne sono tante.

d- Il libro?

r – Mi è piaciuto quello di Ancelotti. Mi piacciono i testi sulla mia professione.

d- Mettiamo che fra cent’anni scoprano una targa a suo nome al “Viviani”: cosa le piacerebbe ci fosse scritto?

r – Beh, per esserci questo, bisogna prima maritarselo! Ripeto, spero di riuscire a condurre un percorso eccezionale, ma non per gloria mia; questa città ormai la vivo anche a livello empatico e SO cosa vuole la gente. E sono obiettivi grandissimi. E spero che Potenza possa ottenerli, con o senza Raffaele. Fra cent’anni, se la targa ci sarà, vuol dire che tutto questo è successo!

di Walter De Stradis