Nelle braccia ha i massi del monte Vulture, ma anche la testa è particolarmente “tosta”. Nicky Russo, atleta paralimpico originario di Rionero, nella specialità del getto del peso ha vinto medaglie (sette campionati nazionali e un bronzo agli Europei in Polonia) e con la Nazionale è arrivato ottavo alle Paralimpiadi di Tokyo. In questo modo si è rimesso in discussione, a 47 anni e con una grave patologia invalidante (la sclerosi multipla), ma sin da ragazzo la sua ostinata determinazione lo portava a ottenere risultati incredibili (arrivò persino sesto al Fantacalcio organizzato da un noto quotidiano nazionale, ricevendo a casa moltissimi premi e diventando l’invidia dei suoi coetanei!).

d: Come giustifica la sua esistenza?

r: La mia esistenza sono solito suddividerla in due parti, cioè nella fase precedente alla scoperta della malattia e in quella che, invece, mi contraddistingue adesso. Entrambe le fasi al momento le riterrei “soddisfacenti”, anche se in cuor mio –certo- non avrei voluto questa malattia.

Già da prima ero uno sportivo, a trecentosessanta gradi, e probabilmente, questo mio essere ha determinato una migliore capacità di accettazione. Soffro di una patologia neuro-degenerativa: la Sclerosi multipla che, anche se sembra all’apparenza non scalfire la tua persona, in realtà finisce per toglierti giorno dopo giorno un pezzettino di vita. Anche dopo aver scoperto la diagnosi ho continuato a correre, mentre adesso zoppico e inizio a presentare vistosamente qualche problema. Da quando, però ho iniziato ad avere consapevolezza della malattia, ne ho, contestualmente, accettato tutti i problemi che essa stessa comporta.

Sono uno che non molla mai, ed è per questo che durante la Pandemia ho scelto di dedicarmi all’atletica leggera, grazie anche al supporto di una società, la Virtus di Lucca, che fino a quel momento non sapeva nemmeno chi fossi. Dal 2020 ho iniziato a gareggiare raccogliendo moltissimi risultati, nonostante la mia età. Devo inoltre ringraziare il Presidente CIP (Comitato Italiano Paralimpico) della Basilicata, Gerardo Zandolino, per l’impegno profuso per portare avanti un progetto inclusivo.

d: Quanto tempo fa le è stata diagnosticata la Sclerosi multipla?

r: Sicuramente ho avuto dei primi attacchi tra il 1996 e il 1999, ma non sapevo, però, a cosa fossero imputabili. Si pensava semplicemente a qualche infiammazione del nervo sciatico conseguente a un incidente avuto quando ero bambino (che comportò la rottura di tibia, perone e uno stato di coma). Nel febbraio del 2002, ricordo che era una mattina, non riuscii più ad alzarmi dal letto; da lì partirono una serie di accertamenti che portarono alla diagnosi.

d: Prima lei ha usato la parola “accettare”, ma posso solo immaginare cosa sia stato conoscere una diagnosi come quella.

r: Ho pianto tanto. È cambiata la vita.

d: Nonostante la malattia lei è riuscito comunque a diventare un esempio: lavora, ha una bella famiglia, dei figli ed è diventato uno sportivo di grande rilievo.

r: Vorrei dimostrare agli altri che, nonostante notizie come questa, si può sempre trovare un risvolto positivo. Sono nato in Canada (per le prevedibili ragioni di immigrazione), lavoro presso un’agenzia di vigilanza qui a Rionero e sono padre di due figli. Insomma, mi sono dato una seconda possibilità. Stare sul divano a compiangersi non serve a nulla. Io vorrei che un domani qualcuno possa ricordarsi di quella persona che, nonostante tutte le difficoltà, è riuscita a creare una nuova vita.

d: In cosa lo sport –oggi- ha cambiato la sua vita?

r: Lo sport ti insegna a non mollare mai. Questa mia notorietà nasce da sé, anche perché non ho né sponsor né agenti. L’intervista, la gratificazione di un premio semplice, mi fanno capire che sto andando verso la strada giusta: i disabili devono affrontare la vita come i normodotati.

d: Qual è stato il suo primo pensiero quando ha vinto il bronzo agli Europei o quando è stato convocato per le Olimpiadi?

r: Visto l’esito della gara che feci in Polonia, ero praticamente sicuro di aver portato a casa la medaglia di bronzo, perciò il primo pensiero è stato il mio papà (si commuove – ndr)… l’unico a non avermi visto in questa veste, anche perché sono ben sei anni che non c’è più.

Sulla convocazione, invece, beh, non so nemmeno se lo posso dire, ho dovuto mantenere il segreto fino alla diffusione della notizia, sebbene lo sapessi da tempo. Me lo annunciarono pubblicamente il primo agosto, il giorno del mio compleanno, è stato un bellissimo regalo.

d: Come mai si è legato ad una società di Lucca?

r: Ho iniziato ad allenarmi seriamente durante la Pandemia e con me si allenava un atleta della Virtus Lucca. C’è da dire che in Basilicata non esistono società di atletica per atleti paralimpici, quindi rischiavo di non gareggiare. Grazie ad Antony, il ragazzo con il quale mi allenavo, sono stato contattato dal vice presidente della Virtus che subito mi ha chiesto i documenti e mi ha accolto nella sua scuderia. Quando si diventa un atleta paralimpico si viene classificato in base alla patologia. La mia malattia è un po’ a sé, tant’è vero che fino a sei o sette anni fa eravamo classificati come “gli altri”, quindi gareggiavamo con l’asterisco. Ad Ancona, nel 2020, “avrei” vinto il titolo italiano, anche se non mi fu assegnato proprio a causa di una mancanza di classificazione. Successivamente, ho ottenuto la classificazione, e già a un primo raduno di luglio con la Nazionale, feci subito il record italiano e a quel punto entrai nel giro degli Azzurri.

d: A livello di strutture pubbliche nella nostra Regione, come siamo messi?

r: Ringraziando Dio, a differenza di molti miei colleghi, sto ancora in piedi, e quindi riesco a gareggiare o ad allenarmi ovunque, ma mancano strutture specifiche per disabili. Lanciare un peso da quattro o cinque chili in una palestra non è il massimo e, quando piove, a causa della mancanza di strutture, sono costretto ad allenarmi nel mio garage, figuriamoci per gli atleti che lanciano da una sedia a rotelle! Durante le gare, infatti, quegli atleti si collocano sopra uno sgabello che è ancorato alla pedana da lancio, cosa che in Basilicata non esiste, da nessuna parte. Se sono su una sedia a rotelle e devo gareggiare, in Basilicata non mi è possibile allenarmi.

d: Nemmeno a Potenza, “Capitale europea dello Sport”?

r: A Potenza c’è solo la pedana per i normodotati che io utilizzo (perché riesco a stare ancora in piedi). Ma, in generale, questo è il vero motivo per il quale non si organizza nulla al Sud: mancano strutture ricettive e sportive per disabili.

d: Manca forse anche la Cultura?

r: Certamente. Se io continuo a litigare con persone di Rionero che parcheggiano nel posto riservato ai disabili…

d: Se potesse prendere il presidente della Regione Bardi sotto braccio e parlargli in via confidenziale, cosa gli direbbe?

r: Ho avuto modo di conoscere personalmente il presidente Bardi e con me si è comportato in maniera squisita, mi ha addirittura chiesto se avessi bisogno di qualcosa. Il problema della Basilicata non riguarda né la politica in sé per sé, e alla fine nemmeno le strutture: mancano le persone. Anche se domani Bardi creasse una struttura, quante persone andrebbero poi ad allenarsi? Lo dico, perché l’amministrazione comunale precedente di Rionero, quando presi il bronzo, mi chiese cosa mi serviva; risposi che tutti i fine settimana ero costretto a raggiungere Potenza per i consueti allenamenti. Ebbene, grazie ad un dialogo proficuo sono riuscito ad ottenere una pedana da lancio nel centro sportivo di Rionero.

d: Riuscendo dunque a dialogarci, con la politica, le cose si possono fare.

r: Sì, anche se hanno del tempi un po’ lunghi (sorride). Il problema reale è che quel dialogo è finito lì: non si crea la possibilità di portare persone, persino le normodotate, ad allenarsi. Quella pedana la utilizzo solo io; non si lavora per il dopo, è tutto un “fatto e finito”. Mi dicono: perché non “porti” altre persone? E io rispondo sì, ma bisognerebbe andare nelle scuole, e io lavoro per una ditta privata che mi ha sempre concesso delle ore di permesso e che mi ha consentito di esserci alle premiazioni, ma che è pur sempre una ditta privata. Non sono uno di quelli atleti agevolati, che fanno parte della Polizia di Stato o della Guardia di Finanza e che fanno solo gli atleti. Non ho nessun tipo di aiuto. Per me diventa difficile anche fare una semplice intervista, ebbene forse è questo l’aiuto più concreto che potrebbe essermi concesso, un qualcosa che a sua volta mi possa concedere del tempo per divulgare. Infatti, pensi, in paese non tutti sanno che “quell’atleta paralimpico” sono io!

d: Il film che la rappresenta?

r: “Rocky”. Anche lui, uscito dal nulla, si ritrova a competere per un titolo mondiale.

d: Il libro?

r: Mi piace molto la storia egiziana, specie i testi su Ramses II° .

d: La canzone?

r: “Uno su mille ce la fa”. Forse io sono uno di quei mille.

d: Mettiamo che tra cent’anni scoprono una targa a suo nome in una struttura paralimpica (finalmente!): cosa le piacerebbe ci fosse scritto?

r: Innanzitutto grazie per i cento anni di vita! (risate). Sarebbe un onore, e il messaggio sarebbe quello che vince solo chi non molla mai, chi non smette mai di provarci. Vede, probabilmente non riuscirò a partecipare ai prossimi Mondiali, ho un problema alla schiena, ma in ogni caso mi allenerò per dimostrare il mio valore. Non bisogna mollare mai. Mai.

di Walter De Stradis