Da un paio d’anni in qua, a girare per la Basilicata non ce n’è più solamente uno, di furgoncino colorato, il “bibliomotocarro” celeste –ormai celeberrimo- del maestro La Cava, bensì anche un secondo, verde pisello, guidato da quella che ormai tutti chiamano “Grace on the Road”.

Ma se il primo è uno spacciatore di libri, la seconda, che all’anagrafe corrisponde al nome di Grazia Telesca (cinquantatre anni, potentina), è una spacciatrice di allegria. Un’allegria da indossare.

Ma la sua, come vedremo, è anche una storia esemplare di riscatto, dopo un periodo difficile e drammatico vissuto in ambito familiare. Lo ha raccontato, in maniera delicata e velata, nel suo romanzo intitolato “La libertà di Lolita” (2022, Kimerik).

Sulla scorta del suo libro, Grazia ha fatto anche molti incontri nelle scuole. La sua attività come “Grace”, invece, è quella di vendere abiti “on the road”, appunto, ma anche questa è una forma per “tornare al mondo”.

d: La domanda tormentone: come giustifica la sua esistenza?

r: Oh! In questo momento della mia vita, la giustifico come una forma di rinascita. Perché finalmente Grazia “esiste”. Ci siamo riusciti a farla rinascere e a darle l’opportunità di esistere e avere un posto del mondo.

d: Lei dice di “esistere” solo da poco. Come mai?

r: Perché non mi sono mai amata, per via della mia situazione pregressa.

d: Ci parli un po’ della sua storia, se vuole. Leggendo il libro, emerge un passato di violenza in ambito familiare.

r: Sì. Sono sempre cresciuta pensando di non essere capace, di non valere nulla. E’ questo è stato un grande dolore nella mia vita.

d: Chi subisce violenze a volte tende ad auto-colpevolizzarsi?

r: Sì, è successo anche a me. Anche perché ho cercato di proteggere gli altri membri della mia famiglia. In questo processo mi annullavo sempre di più, e non mi guardavo. Poi ci sono stati vari passaggi dolorosi, a scuola, le amicizie, il lavoro, ma la forma più grande è stata quella della famiglia.

d: Lei afferma di essere rinata da poco, ma grazie a cosa, finalmente?

r: Sì, mi ci è voluto un bel po’. Sono rinata perché ho cominciato a guardarmi, a scoprire il mio valore, che prima non pensavo nemmeno esistesse. Piano piano invece ho cominciato ad amarmi. La mia forza più grande sono le mie figlie, è inutile dirlo. Per me sono tutto, e tutto quello che faccio è per loro. Tuttavia, arriva un momento in cui devi pensare che ci sei anche tu, che volersi bene serve a donare ancor di più all’altro. Ed è proprio questo che dico nelle scuole: la prima cosa è amare se stessi, altrimenti l’amore che si riesce a donare sarà sempre molto limitato. Di carattere sono molto empatica e predisposta a donare affetto, ma da quando ho iniziato a guardarmi, quell’affetto ha un nuovo sapore.

d: Spesso si sente dire che alcuni giovani praticano la violenza perché ricevono poco amore in famiglia. Si parla di genitori troppo presi dalla loro vita frenetica e con poco tempo da dedicare ai figli. Dai suoi incontri nelle scuole è emersa questa cosa?

r: Questo fattore sicuramente ci sarà, ma non sempre. A volte c’è tanto amore, ma ci sono anche difficoltà che i ragazzi non riescono a tirar fuori. Il mio andare nelle scuole è volto proprio a spronarli, tirando fuori certe sensazioni, per poterle risolvere.

d: Cosa emerge il più delle volte?

r: Eh, beh, un po’ di tutto, ma non siamo mai scesi nei dettagli. Ma a volte ti fanno domande mirate che ti fanno capire cosa può essere successo, tipo: «Annullarsi quando si sta con una persona è un fatto importate»?. E annullarsi non va bene. La prima persona al mondo da amare siamo noi stessi: la persona che ci sta a fianco è uno scambio, ma nessuno deve decidere al posto tuo.

d: In effetti pare che oggi siano in aumento alcune forme di violenza psicologica nel rapporto uomo-donna, ancora prima che fisica.

r: Sì, è un discorso psicologico che dovrebbe partire già dalla scuola. A volte infatti si può essere segnati anche da una semplice paura subita da piccoli (io mi spaventai in acqua e questa cosa mi è rimasta). Cosa voglio dire? Che i docenti dovrebbero insegnare per prima cosa la vita, supportando il ragazzo in ciò che non riesce ad esprimere. L’ascolto, la condivisione, il supporto, valgono tantissimo. E’ ciò che ho sempre cercato di insegnare alle mie figlie, il vicendevole supporto. Io sono stata nell’angolo, e nessuno ha mai capito che avevo bisogno di una carezza, di essere ascoltata circa il perché del mio silenzio, del mio odiarmi, dell’incapacità di dialogare con gli altri. Io non riuscivo ad aprirmi, ma il dialogo è tutto.

d: Il consiglio da dare a chi subisce violenza, fisica o psicologica, è dunque quello di aprirsi.

r: Sì, dialogare subito, raccontare, denunciare (è la prima cosa); tentare e trovare una persona adatta con la quale aprirsi, per poter uscire da questi tunnel, che inizialmente sono mentali. Poi, certo, c’è anche la violenza fisica, dolorosissima, ma se si cerca la via del dialogo si trova sempre una persona che ti aiuta. Non è un caso se ai ragazzi io ho lasciato anche il mio numero personale e mi sono messa a disposizione. Non mi vesto da esperta, ci mancherebbe: sono semplicemente una persona che empaticamente vuole donare tanto.

d: Siamo circondati da mezzi di comunicazione, ma in realtà si “parla” pochissimo.

r: Ecco perché io mi sono inventata un lavoro, legato anche a questo, al sociale. Le persone, quando vengono da me, prima ancora dell’acquisto, hanno il supporto, l’ascolto, anche se si tratta semplicemente di cercare quell’abito giusto che ti faccia stare bene. Io vado in giro, ma i clienti mi chiamano anche, e fissiamo un appuntamento.

d: Come e perché ha scelto questa peculiare modalità di vendita di abiti “ambulante”?

r: Amo la natura e un giorno sono stata ispirata da un prato verde. E così ho visualizzato questo van e un allestimento vintage per vendere i capi. Tutto ciò si è tramutato nel mio furgone, attrezzato di tutto (c’è anche il camerino), che mi consente di girare, ma anche di farci entrare i clienti, di tutte le taglie. Nel mio furgone ci sono abiti più particolari, così come ci sono quelli più ordinari, per tutti i gusti insomma.

d: Quando va in giro… cos’è che la fa arrabbiare di questa Basilicata?

r: La mancanza di calore.

d: Noi Lucani, Meridionali, siamo freddi?

r: Voglio dire, tanto calore c’è, ma c’è anche il pregiudizio, troppo. Si punta troppo il dito senza conoscere. Prima bisogna ascoltare, poi giudicare.

d: Il motto del libro è “Alza la testa e cercalo tu il raggio di sole”. Sarebbe a dire: “Aiutati, che Dio t’aiuta”.

r: Sì. Io ne sono l’esempio lampante, perché mi sono creata un lavoro e sto andando avanti con le mie forze. Ho fatto un progetto col Microcredito e ho preso i fondi da Sviluppo Basilicata. Io parto da zero, e dico zero.

d: Ieri (mercoledì – ndr), c’è stato l’esordio in tv sella serie dedicata ad Elisa Claps. Che impressione le ha fatto?

r: Oggi per me è una giornata molto di triste, e –in vista della nostra intervista- ho dovuto fare uno sforzo per rientrare in me, perché mi immergo troppo nelle situazioni. Io ho fatto anche da comparsa nella scena del funerale e già lì per me è stato pesantissimo respirare quella situazione, una storia che abbiamo vissuto tutti sulla nostra pelle. Ho dunque sofferto molto vedendo la puntata, ma posso dire che era tutto perfetto: attori, regista, tutto.

d: La parte che l’ha colpita di più?

r: Il personaggio di Danilo Restivo. Mi vengono i brividi per come l’hanno raffigurato. L’attore era davvero calato nella parte.

d: L’ha visto con le sue figlie?

r: Sì, con quella di quindici anni. Le ho detto: «Sappi che mamma sarà sempre con te, non abbandonare mai la mia mano, qualsiasi cosa accada. Mamma è la persona che ti amerà più di tutti e quindi, qualsiasi cosa dovesse accadere, non nascondermi nulla, raccontami tutto. E non ti fidare di nessuno».

d: E invece la città di Potenza quale insegnamento deve trarre da questa storia?

r: Quello di cui parlavo prima: il giudizio, l’omertà. Stiamo scherzando? Questa storia ci ha fatto capire quanto siamo piccoli. Ne vogliamo parlare? Meglio di no, va.

d: Cosa c’è nel futuro di Grace?

r: Continuare con allegria nel portare avanti la mia attività. L’ho aperta da un anno e mezzo circa e ho conosciuto persone meravigliose; alcuni miei clienti sono diventati miei amici. Porto calore e colore (già vedere il mio furgone verde mette allegria), anche perché cerco di metterci cose divertenti (lo stand di biancheria con le magliette appese, ad esempio). A Potenza c’è un bar, in via del Seminario Maggiore, che mi accoglie ogni giorno (e che ringrazio col cuore) organizzando sempre eventi. A dicembre è venuto anche il Bibliomotocarro, e lì finalmente ci siamo 

DI WALTER DESTRADIS