«Sono diventato scrittore, fra molte virgolette, il 17 marzo 2010. All’epoca avevo un’agenzia di viaggi in Centro, e un amico entrò e disse: “Hanno trovato il cadavere di Elisa alla Trinità. Adesso dobbiamo fare qualcosa”. Nel giro di pochissime settimane uscì dunque un mio libro-denuncia, intitolato “Senza occhi”, che feci supervisionare –prima di tutto- al fratello Gildo. In quel testo denunciavo la micidiale omertà locale».

Dino De Angelis, pizzetto da moschettiere e inconfondibile ciuffo d’argento, un tempo volto noto del basket locale (è stato il coach di Potenza 84 e dell’Olimpia Matera), da alcuni anni è un “narrautore” (la definizione è di suo conio) di professione. Il suo ultimo spettacolo di “storytelling” (ovvero “racconto di storie”) s’intitola “De Angelis e Demoni”.

d: Come giustifica la sua esistenza?

r: Assecondando i miei istinti, le mie tendenze, come fanno tutti. Io ho girovagato varie attività lavorative, prima di dedicarmi alla scrittura e alla narrazione, e non credo che mi fermerò qui.

d: Infatti se io le avessi fatto quest’intervista dieci/quindici anni fa, probabilmente avremmo parlato di Basket…

r: In effetti sì. Lo sport per me è un amore passato, di cui c’è nostalgia, ma senza “mancanze”. Sono stato per trentacinque anni coi piedi in quel mondo, bellissimo, che a -differenza di altre cose che accadono nella società- riconosce il MERITO. A fine gara c’è un tabellone, col punteggio, che sancisce se sei stato bravo o meno, a prescindere da valutazioni…personali.

d: Tocchiamo subito un nervo scoperto. A Potenza –magari cominciando proprio dall’ambito letterario- il “merito” è riconosciuto?

r: No, non lo è. La mia famiglia è di Portasalza, il che fa di me un potentino vero (e non siamo rimasti in molti) e dunque posso dirlo. Sì, noi siamo legati molto alle nostre radici, ma viene allora da chiedersi perché tanta gente – non solo i giovani- lascia questa terra. Proprio stamattina leggevo che le statistiche del 2021 ci dicono che altri 8mila lucani sono andati via e molti di loro sono potentini. Perché accade, allora, nonostante tutto questo amore? C’è l’assenza di lavoro, ok, ma forse c’è una mancanza nella riconoscenza, non solo dei meriti, ma anche delle PARI possibilità.

d: Eppure –per rimanere in ambito letterario- di eventi e occasioni sembra ce ne siano tanti. Girano però sempre gli stessi nomi?

r: Ed è un aspetto bello di Potenza, l’associazionismo, cioè il “basso” propulsivo che vuole fare e comunicare. No, non è questione di nomi. Ciò che manca è proprio un coordinamento, che pur da qualche anno qualcuno prova affannosamente a mettere in piedi. Le cose che ci sono allora proviamo a programmarle, a calendarizzarle!

d: Manca anche il fare rete comune.

r: Sì, forse manca anche un po’ una “rete”, cosa che invece noto in ambito musicale, che bazzico da qualche tempo, ove c’è un grande spirito collaborativo.

d: Dicevamo che Potenza è una città poco meritocratica. Da cosa dipende: cerchi magici, il familismo, la politica che dorme…

r: Ripeto, ciò che fa cadere le braccia è la mancanza di pari opportunità, e non è una questione di genere. Vuol dire invece che il figlio di una famiglia umile, o povera, in questo posto ha OBIETTIVAMENTE minori possibilità rispetto a chi vive in un ambito più agiato. E’ un dato di fatto. E non è solo questione di politica (che di sicuro ha le sue belle responsabilità): come dicevamo, fra noi stessi spesso non ci facciamo amare, non collaboriamo, non facciamo rete.

d: Come “narrare” al lettore quanto è successo sia alla giunta regionale sia alla giunta comunale di Potenza, con questo odioso “balletto” delle deleghe?

r: I vari assessori, essendo la nostra una realtà provinciale, li conosciamo tutti. Dal mio piccolo osservatorio, noto però che fino a quando non avevano incarichi politici, li vedevi girare in mezzo a noi, li incontravi al ristorante, e osservavano i problemi dalla NOSTRA angolazione: una volta ottenuti ruoli politici, il loro contatto con la realtà si è completamente AZZERATO. Il paradosso è che ora si trovano dunque a gestire cose e fatti che, da un certo momento della loro vita in poi, hanno IGNORATO. I problemi della Città sono numerosissimi: non credo che la nostra classe politica ne sia veramente al corrente.

d: Proviamo a ricordargliene qualcuno. Se potesse prendere Guarente sottobraccio, cosa gli direbbe?

r: Comincerei a parlargli della mobilità. Un problema complesso, che riguarda lo spostamento dei cittadini, e in cui già i semplici pedoni sembrano del tutti ignorati. Questi ultimi, insieme agli autisti di mezzi pubblici e agli automobilisti, costituiscono una massa che si muove in maniera sconsiderata, non c’è un progetto, non c’è un piano, nonostante noi si abbia il sistema di scale mobili che è il secondo al mondo (!). Uno sproposito, se ci pensa, calato fuori dal reale. All’epoca il buon Santarsiero ipotizzò 18mila passaggi al giorno (cifra che in effetti avrebbe giustificato la struttura), ma i numeri si rivelarono dal primo momento molto meno della metà. Ergo, erano state fatte delle valutazioni sbagliate: un progetto così mastodontico, per una città del tutto svuotata! Per pura passione, ho poi studiato a lungo il sistema di trasporto pubblico urbano (avvalendomi anche della collaborazione di tecnici), rilevando una miniera di incongruenze. Se racconti al forestiero che qui ci sono le scale mobili più lunghe d’Europa, o che qui per un periodo sugli autobus si viaggiava gratis, beh, quello non ci crede. Noi potentini ci siamo un po’ addormentati sui problemi, ma l’occhio del visitatore a volte ti dà la misura del reale.

d: E invece al presidente della Regione, sempre sottobraccio, cosa direbbe?

r: Che a parte il petrolio, la Basilicata ha una marea di altre risorse, che io vedo un po’ dimenticate: il turismo (che non è solo enogastronomia, ma penso anche allo splendore delle “ghost town”, i paesi “fantasma”, su cui ho scritto anche un libro), e i parchi naturali (non credo ci siano politiche specifiche per connetterli).

d: La copertina del suo libro “Con rabbia e con amore” reca uno splendido scorcio di Potenza, in chiaro-scuro. Cominciamo dallo scuro…

r: Le periferie: Serpentone e Bucaletto gridano SOS lancinanti tutti i giorni. Sono situazioni in cui ho messo le mani. Tra le altre cose, faccio parte da anni della Caritas Diocesana della Cittadella e a Cocuzzo ho molti amici che da tempo lamentano il problema della casa e dell’abusivismo. Questioni che andrebbero affrontate in maniera diversa.

d: La povertà sempre più, oltre che materiale, è anche sociale.

r: Il problema è questo. Le zone d’ombra sono sicuramente le periferie. Più in generale, noto una mancanza di “connessione” tra i quartieri. Potenza ha una marea di contrade, che fanno vita a sé, non sono minimamente coinvolte nel discorso urbano. Per un periodo proposi –inutilmente- di fare la sfilata dei Turchi a turno nei quartieri, era solo un’idea per far sentire coinvolti quei tanti, moltissimi, cittadini che non si sentono parte attiva.

d: Il suo ultimo spettacolo s’intitola “De Angelis e Demoni”. Il “demone”, il “mistero” al cuore di Potenza qual è?

r: Il caso di Elisa. Il punto più cupo della nostra storia degli ultimi anni, con quello stato omertoso che ha interessato cittadini a diversi livelli (e che –suppongo- ha visto anche responsabilità a diversi livelli). Ricordo a me stesso, solo a mero titolo di cronaca, che solo grazie a un’attenta giustizia anglosassone è stato riconosciuto il vero colpevole, che forse altrimenti non sarebbe mai venuto fuori.

d: Mi racconti anche di qualche luce, però.

r: Come dicevo, l’associazionismo. E poi il nostro centro storico è una perla. E ancora una volta ce lo dicono i forestieri, perché noi ormai è come se fossimo assuefatti. Io il Centro lo vedo davvero come un teatro di scena, che cambia abito e velocità di utilizzo a seconda dei momenti della giornata: la mattina le mamme portano i figli a scuola, il primo pomeriggio è momento di pranzi e di visite, e la sera –con i soli lampioni rimasti accesi- diventa luogo di passeggiate.

d: La canzone che la rappresenta?

r: Due canzoni “letterarie”: “Year of the cat” di Al Stewart, per le canzoni straniere, e “Atlantide” di De Gregori per quelle italiane.

d: Il film?

r: “C’era una volta in America” (lo vidi appena uscito), e “Il Padrino” (per le origini lucane del regista Coppola).

d: Il libro?

r: Il primo che mi viene in mente è uno dei meno noti di Baricco, “Questa storia”.

d: Ne approfitto: il libro che invece NON la rappresenta?

r: Guardi, non è che non mi rappresenta, ma un libro come “Il Pendolo di Focault” di Umberto Eco, beh… ho avuto un po’ di difficoltà a leggerlo.

d: Un mattonazzo?

r: Leggere dev’essere sempre un piacere, e sin dalle prime pagine.

d: La vedremo mai assessore alla Cultura?

r: (Ride). Su invito a “metterci la faccia”, una vola ci provai, perché era giusto, ma i cittadini non mi hanno votato. Quindi la vedo difficile senza un consenso.

d: Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?

r: «Per vivere non ha mai leccato il culo a nessuno».