Cent’anni vissuti interamente nel suo paese, Tito (Pz), la maggior parte dei quali indossando una tonaca da prete. Don Nicola Laurenzana, che martedì quattordici maggio festeggerà il ragguardevole genetliaco, da diversi anni non è più il parroco del Convento del paese, ma -lucidissimo e molto presente a sé stesso- puntualmente celebra la messa in casa sua. Da solo, in una stanzetta adibita allo scopo, prega per il suoi fedeli di oggi e di ieri. E non appaia fuori luogo il paragone -che subito ci è accorso alla mente, nell’assistere a quella particolare liturgia- col santone indiano che medita in solitaria per il bene del mondo intero, al chiuso del proprio eremo.

Don Nicola -che nel corso della conversazione più volte si avvarrà del plurale maiestatis, come usava un tempo- lo abbiamo incontrato in casa sua, grazie ai buoni auspici di un suo vecchio chierichetto, Gianfranco D’Eboli (che ancora ricorda, con nostalgico affetto, gli scappellotti del suo vecchio parroco).

«Nel momento in cui entrai in collegio -racconta don Nicola- non pensavo di arrivare sino alla fine. La vocazione infatti si acquista una volta dentro, durante gli anni della formazione, maturando il proprio giudizio e meditando sul proprio futuro. Man mano, la vocazione si scopre, si accetta e si vive preparandocisi».

d – Ritiene che un prete di oggi abbia un ruolo diverso da quello di un sacerdote al tempo dei suoi esordi?

r – Beh, certamente, oggi il discorso è un po’ diverso, già a livello di vocazione: si tratta quasi sempre di vocazioni adulte. Ma anche il grado di formazione spirituale al sacerdozio è diverso. Motivi per cui, ben si percepisce che quello moderno è un prete un po’ diverso, come mentalità, linguaggio e comportamento. Come “uomo moderno”, insomma. Noi siamo stati abituati a una disciplina un po’ più rigorosa, un po’ più coerente, un po’ più consona a ciò che dovrebbe essere il prete di ogni tempo e di ogni luogo, ecco.

d – Però era anche diverso il ruolo che un sacerdote aveva nel paese. Una volta si diceva: c’è il prete, il carabiniere e il medico.

r – No. Io non mi sono trovato in quel periodo, bensì dopo, quando questa mentalità non esisteva più. Io mi sono ritrovato prete responsabile per quello che dovevo essere e per quello che dovevo fare. Certo, con coloro che sono i responsabili della collettività, sindaco, carabiniere etc. c’è sempre un buon rapporto, un connubio di intenti, grazie al quale politica, amministrazione e ministero pastorale sono complementari agli effetti della collettività a cui si appartiene.

d – In questi circa ottant’anni di sacerdozio, come ha visto cambiare il suo “gregge” qui a Tito? E com’è cambiato il paese, di suo, nei decenni?

r – Dei cambiamenti ci sono: un tempo la popolazione era più “religiosa”, ma di una religiosità anche “apparente”, ovvero fatta di tradizione, abitudini, osservanza, obbedienza, l’attenzione. Oggi invece c’è una religiosità diversa: si esprime dentro, ognuno fa per sé, ognuno crede a suo modo. Comunque apprezziamo il passato così com’era, apprezziamo anche il presente nelle sue forme nuove. Sotto il profilo politico e sociale il paese è cambiato, come tutti gli altri. Tito era dedicato all’agricoltura e alla pastorizia, oggi è mutato: la gioventù ha lasciato i campi, studia di più e ambisce a traguardi diversi e migliori. Pertanto non è paragonabile alla gioventù di un tempo che contribuiva più che altro all’economia domestica.

d – Un tempo si emigrava alla volta della Fiat di Torino e simili, oggi -proprio perché, magari, ci sono più laureati- si emigra comunque per la carenza di opportunità?

r – Quella di ieri era un’emigrazione quasi “spontanea”: si andava fuori per provare a cercare un lavoro migliore. Oggi è invece addirittura una necessità: se il giovane non va fuori, lavoro non ne trova, nonostante i suoi studi e una mentalità molto più disposta. Comunque l’emigrazione è sempre esistita nel nostro ambiente.

d – Qui a Tito, per i giovani, lei ha fatto tante cose, ma anche per gli anziani…

r -…a quei tempi c’era l’Azione Cattolica che raccoglieva i piccoli, e i meno piccoli. Per gli operai c’erano le associazioni lavorative, c’erano le Acli, con le quali ho lavorato per venticinque anni. Poi venne fuori il bisogno di alcuni mendicanti -perché ne abbiamo, in paese- li raccogliemmo (ricordo che all’inizio erano in cinque), assicurando loro vitto, servizi igienici, del personale minimo. A quei tempi anche i minori erano in balia di loro stessi, perché i genitori di solito emigravano e le condizioni economiche erano quelle che erano. Motivo per cui ebbi l’idea di istituite una piccola casa di accoglienza, intitolata al santo del posto (San Laviero Martire – ndr), così venerato, ma anche così bestemmiato. I ragazzi venivano da tutti i paesi della regione e si trattenevano a seconda dell’età, dei bisogni delle famiglie o del livello d’istruzione. Qualcuno è rimasto qui a Tito anche per dieci/dodici anni, dalla scuola materna a quella media inferiore (alcuni hanno proseguito anche nelle scuole superiori) non pochi di loro ritornano in paese con grande riconoscenza.

d – Lei a giorni compirà cent’anni, qual è il segreto per arrivarci vispi e in salute come lei?

r – Arrivare a cent’anni non è un merito.

d – Beh, dipende.

r – E’ una condizione. Io seguo le regole generali: l’attenzione, l’alimentazione, la prudenza nel vivere; perché non bisogna soltanto vivere, ma anche saper vivere. Il dono della vita va curato, va nutrito, alimentato in tante maniere, e va anche difeso dai pericoli, di tante specie. Oggi, credo, la vita si è allungata, per cui i centenari sono tanti e il loro numero crescerà in futuro. Oggi in generale c’è più attenzione alla vita.

d – Il 14 maggio -e ci sono già i manifesti- la comunità titese la festeggerà, ma lei quale “regalo” vorrebbe, per sé, per i suoi compaesani...

r – Un regalo dovrebbe essere la preghiera di ringraziamento, sia da parte mia sia degli altri. Se i miei amici saranno con me il 14, ringrazieranno il Signore per il dono della vita. Regali di ogni specie non ne vorrei perché, essendo al traguardo, non avrei di che usufruirne.

d – Cos’è che ancora oggi la fa soffrire?

r – No, no, sono tranquillo e sereno di aver fatto ciò che ho fatto.

d – Ma quando guarda dalla sua finestra, o magari esce in paese, non c’è niente che la fa arrabbiare?

r – No, no. So che la popolazione mi vuol bene, anche perché sono stato sempre qui. Pensi un po’ che sono stato settantasette anni sacerdote a Tito, come vicario cooperatore (con il primo parroco), poi come parroco, e poi ancora come aiutante dei parroci che mi sono succeduti.

d – E oggi celebra messa a casa sua.

r – Sì.

d – E ci viene qualcuno?

r – Il mio parroco desidera che non venga nessuno. Non solo a causa della mancanza di spazio, ma anche perché non avrebbe la possibilità di frequentare quella poca gente che magari verrebbe. Tra l’altro, la mia non è una chiesetta, ma una semplice stanza adibita alla celebrazione della messa, e vi entrerebbero massimo tre/quattro persone.

d – E qual è il senso di fare una messa da solo?

r – Una messa da solo è adorazione, ringraziamento, domanda di perdono (anche per il popolo) e domanda di grazia, di qualunque grazia.

d – In Basilicata recentemente si è votato per la Regione, tra poco qui a Tito (e altrove) si voterà per il sindaco e la giunta comunale: lei quale messaggio si sente di rivolgere ai nostri rappresentanti politici? Preghiera, ringraziamento o che altro?

r – L’attuale sindaco (Scavone – ndr) mi è tanto amico: lo ricordo da piccolissimo, quando giocava al pallone con i ragazzi del collegio. Poi è diventato grande, ha studiato…ed è un ottimo sindaco, un ottimo amico, col quale collaboriamo con tutto il cuore. Viene a trovarmi, mi ascolta e proponiamo insieme alcune iniziative. Per quanto riguarda la Regione o la Provincia, sono organi necessari, con i quali non abbiamo nessuna ostilità, difficoltà o problema.

di WALTER DE STRADIS