Una delle (non moltissime, in realtà) istituzioni del calcio lucano è sicuramente lui, un Serbo, ex Jugoslavo, naturalizzato Potentino (parole sue): un distinto e magrissimo signore che corrisponde al nome di Ranko Lazic.

Cinquantanove anni, ex giocatore del Potenza (ma prima ancora nel Partizan Belgrado), allenatore a Villa D’Agri, Savoia, Lavello e Melfi, dopo sedici anni (!) in panchina al Francavilla, è passato dietro la scrivania (direttore generale) per volere e necessità dei Cupparo.

Alcuni lo definiscono il Boskov (per la saggezza e l’uso frequente di motti e proverbi) lucano, altri il Ferguson (per la longeva fedeltà alla sua attuale società calcistica) di Francavilla, ma lui sembra definirsi semplicemente uno con “la testa nel pallone”.

d: Come giustifica la sua esistenza?

r: Fa delle domande troppo difficili! Sono in ferie e mi volevo rilassare! (risate) Sono figlio di grandi lavoratori, di gente che ha fatto dei sacrifici e pertanto cerco di trasmettere questi valori nella mia famiglia (vivo per loro), rispettando e dando il massimo sul posto di lavoro.

d: Parlava di “grandi sacrifici”, infatti lei è Serbo, ma nato in Kosovo, in un momento particolarmente difficile (che continua ancora oggi).

r: Sono stato lì fino a sette anni, e poi -fino ai quattordici- ci tornavo l’estate per dare una mano a mio zio nell’agricoltura. Ho avuto un’infanzia bellissima, ma tornandovi via via notavo che le cose cambiavano: l’atteggiamento degli Albanesi-Kosovari si faceva sempre più duro nei nostri confronti, fino a quando siamo diventati minoranza etnica e siamo andati quasi tutti in Serbia.

d: Successivamente ha vissuto nella Jugoslavia del maresciallo Tito. A microfoni spenti mi diceva però che non sempre il diavolo è brutto come lo si dipinge.

r: Che dire. Io e la mia famiglia siamo cresciuti sotto il regime di Tito, ma non posso certo affermare che si stava male, no. Si stava anzi molto bene, con regole ben precise. Magari voi eravate informati diversamente: per proteggere il vostro modello di vita eravate indotti a pensare che Tito fosse un dittatore. Forse lo era anche, ma ripeto, noi vivevamo bene, e molti oggi lo rimpiangono. Ad esempio, Tito regalò alla mia famiglia un appartamento…

d: Suo padre era del partito?

r: Sì, ma nel partito non ci entrava chiunque, solo i migliori, quelli che si distinguevano nel lavoro, nello sport o nell’esercito. Ma in ogni caso non era una cosa opprimente, bensì -nei fatti, al di là dei divieti ufficiali- piuttosto tollerante. Ripeto, magari fuori dal Paese si diceva che in Jugoslavia si mangiavano i bambini, ma io non ho visto questo.

d: Oggi si definirebbe un comunista?

r: Venendo in Italia, questa cosa di essere democratico o comunista si è persa, perché ognuno fa e dice come gli pare. Ma neanche quando ero lì ero comunista, non mi interessava; mi chiesero di diventarlo perché ero un buon soldato, e mi diedero tre libri da leggere, ma la politica non mi interessava. Ero uno sportivo.

d: Immagino però che lei o la sua famiglia abbiate vissuto -direttamente o indirettamente- la guerra nei Balcani; oggi siamo alle prese col conflitto russo-ucraino… e prima diceva che in Italia arrivano solo un certo tipo di notizie.

r: All’epoca della guerra nei Balcani uscivano notizie che difendevano solo il vostro operato, ma parlando al telefono con chi era lì (io ero già andato via), beh, la musica era diversa. E’ chiaro, la guerra fa schifo, è sempre sbagliata e in guerra sbagliano tutti, però non me la sento di dare ragione a questa o a quella parte. La verità è che la responsabilità è dei leader, che decidono di portare in guerra la povera gente, per coltivare interessi politici particolari. E la povera gente muore. Odio la guerra: all’epoca della guerra nei Balcani io mi trovavo già qui e a causa dell’embargo non potevo nemmeno andare a trovare i miei genitori e i miei fratelli! Chi ha ragione oggi? Nè Putin né Zelesky ce l’hanno. A morire sono donne e bambini. Un domani se ne riparlerà, com’è successo con la Serbia e col Kosovo. Questa cosa non doveva proprio iniziare, e adesso è dura davvero. Speriamo finisca presto.

d: Cambiamo argomento e passiamo allo sport. Quando ha capito che il calcio sarebbe stato la sua vita?

r: Da sempre, già a otto anni. Ho giocato in squadre importanti, Ofik, Partizan… ma non ho avuto una grossa carriera come calciatore, anche se la sognavo. Non riuscii a sfondare (forse anche per colpa mia, scelsi l’Italia invece dell’America, ove invece si sono “sistemati” molti miei amici e hanno giocato pure nella nazionale Usa), e un giorno -per caso- mi proposero di fare l’allenatore a Villa D’Agri, e da quel momento in poi è iniziata questa mia attività.

d: E della sua carriera come allenatore si sente soddisfatto?

r: Non ho mai pensato a fare “carriera” (anche se ho pure il patentino da serie A), ma mi sono sempre legato molto alle persone e alle realtà che trovavo: sei anni a Villa D’Agri, quattro a Melfi e diciassette con la famiglia Cupparo a Francavilla. Se qualcuno rispetta Lazic, Lazic rispetta lui e non lo abbandona mai.

d: Anche il Potenza l’ha cercata. Sono stati approcci seri? E perché non sono mai andati in porto?

r: Sì, ci sono stati approcci seri, ma anche col Matera. Ripeto: Maglione a Melfi mi trattò benissimo, e pertanto rimasi lì, nonostante le offerte. Non so, magari è un mio difetto, ma sono fatto così: mi lego alle persone.

d: E perché oggi a Francavilla ha smesso di sedere in panchina e si è messo dietro una scrivania?

r: Guardi, anche quando ero l’allenatore del Francavilla, facevo già pure questo, in realtà facevo tutto (allenavo persino i bambini), ma sempre col massimo rispetto per chi mi era a fianco. I Cupparo negli ultimi anni hanno dovuto concentrarsi molto sulla loro azienda, e quindi oggi hanno delegato a me (essendo il loro uomo di fiducia) gli aspetti calcistici.

d: Lazic-allenatore è un capitolo definitivamente chiuso?

r: Finché resto a Francavilla sì. Poi non si sa mai, se costretto (dalle circostanze o dagli eventi: nel calcio può accadere di tutto) potrei tornare anche a fare il mister, che è la cosa che mi piace di più.