Magazzini Sociali – Solidarietà Circolare” prende avvio ufficialmente il 20 Ottobre 2020 in seguito all’approvazione, da parte della Regione Basilicata, della progettualità omonima. Dal giorno di avvio ufficiale e sino al 31.07.2023, le attività progettuali hanno consentito il recupero e la successiva distribuzione di 68.338 kg di cibo in eccedenza, pari a 395.663 porzioni recuperate».

E’ quanto si legge nel report ufficiale, del 2023, di Magazzini Sociali, particolare progetto di contrasto alla povertà, nato e cresciuto (molto) all’interno di “Io Potentino”, Onlus il cui presidente è Francesco Romagnano.

d – Presidente, “Io Potentino”, mi pare di capire, è nata prima come associazione dedita alla preservazione delle tradizioni, culturali e religiose, del Capoluogo, e in un secondo momento si è evoluta in una Onlus che si occupa principalmente di povertà.

r – Sì, l’associazione nacque ufficialmente nel 2010 (dopo alcuni anni come realtà interna a un organismo di carattere parrocchiale), come associazione culturale che si occupava (e in minima parte lo fa ancora oggi) di fare aggregazione nel corso dei festeggiamenti del Santo Patrono. A un certo punto, però ci rendemmo conto che, rispetto all’organizzare eventi, supportare gli enti caritatevoli già esistenti o stimolare la comunità alla partecipazione alla donazione, poteva dare risultati molto più concreti. Da lì è nata l’idea di un progetto, dedicato ed esclusivo, per la nostra associazione, che è quello dei “Magazzini Sociali”.

d – C’è stato un particolare episodio che vi ha fatto scattare quella molla?

r – Facemmo una prima raccolta fondi attraverso una maglietta, caratterizzata da un messaggio di appartenenza (veniva distribuita nel periodo di San Gerardo), e il tutto era legato all’acquisto -tramite ogni singolo capo venduto- di un tot di cibo. L’iniziativa ebbe grande successo e ci rendemmo conto che, mettendo “a sistema” un’idea del genere, si potevano ottenere risultati notevoli. Ci siamo dunque auto-formati e auto-dotati di un applicativo per avere informazioni puntuali sul cibo donato, e questo ha contribuito a creare un clima positivo, unito a una sempre crescente attenzione sul tema.

d – Dare del cibo è l’intervento più diretto che esiste, se si vuole aiutare una persona in difficoltà.

r – Siamo nati in un momento storico, quello dell’Expo, in cui c’era anche molta attenzione allo spreco alimentare. Pertanto siamo partiti subito da quello, lavorando su due fronti: con le collette alimentari “classiche” (davanti ai supermercati, durante gli eventi, raccolta di cibo a lunga conversazione, donandola a una platea condivisa con Caritas) e parallelamente con il progetto, mai affrontato sino a quel momento in Basilicata, della raccolta delle eccedenze alimentari (tutto ciò che, derivando dalla produzione agricola, dai forni, dalla distruzione nei supermercati, dalla ristorazione organizzata, è vicino alla scadenza e non viene somministrato).

d – In pratica cosa accade?

r – Esiste una platea di trentacinque/quaranta volontari (e anche di persone, un’altra decina, che affrontano percorsi d’inclusione col Comune, il servizio civile etc.), che -quotidianamente- si recano presso i donatori con cui abbiamo stipolato accordi, che ci donano tutto il cibo in prossimità di scadenza. Se necessario, questo cibo viene poi porzionato nel nostro hub (la ex mensa universitaria in via Racioppi – ndr), ma vi è anche una fase di completa ri-tracciatura del prodotto, che viene di nuovo etichettato (per una questione di tracciabilità), e poi infine consegnato ai nostri partner, i cosiddetti “distributori di secondo livello” (una rete composta da oltre trenta realtà, fra parrocchie, cittadine e non, amministrazioni comunali etc.) che, a rotazione, ricevono questi prodotti. Non abbiamo dunque rapporti diretti con le famiglie.

d – Il cittadino bisognoso non viene quindi direttamente da voi?

r – No, anche se è chiaro che facciamo un primo ascolto, quando ci viene chiesto un primo aiuto; cosa che forniamo, indirizzando poi però la persona agli enti che se ne occupano. Oltre alle eccedenze alimentari, che noi raccogliamo e distribuiamo, ci sono infatti gli enti caritatevoli “classici” che raccolgono e distribuiscono gli aiuti FEAD (prodotti acquistati coi fondi nazionali ed europei).

d – Si è parlato molto di povertà in aumento nel Capoluogo, ma anche di povertà “cambiata”, aggravata da situazioni di abbandono e di indigenza anche “sociale”.

r – Sono tantissimi anni che la povertà ha una costante di crescita progressiva. Nell’arco degli anni il contesto di riferimento è cambiato, specie nella post-Pandemia, quando anche persone in possesso di un reddito, a differenza di quanto accadeva prima, per la prima volta hanno necessitato di aiuti alimentari. Così come ci sono persone che hanno patologie, o sono affette da ludopatia, e che pur potendo contare su redditi corposi, non possono garantirsi il sostentamento.

d – Dietro la povertà, insomma, spesso c’è tutta un’altra serie di problemi.

r – Sì. Prima della Pandemia la situazione era più “strutturata”, mentre adesso è più “dinamica”: ci sono persone che hanno difficoltà momentanee, legate all’emergenza, al caro-bollette. Però il numero generale è sempre in costante aumento.

d – E questa situazione cosa ci dice delle dinamiche della nostra città?

r – Rispetto a un quadro nazionale, non ci sono sostanziali differenze, a parte un grande problema, che abbiamo più volte evidenziato, ma che è rimasto tale: una rilevazione del bisogno che non è condiviso tra i vari soggetti. Mi spiego: “Magazzini Sociali” parla molto bene con Caritas e col Comune di Potenza, e riesce ad analizzare un fenomeno. Tuttavia molto spesso, all’interno della città, si avviano iniziative di solidarietà che non fanno confluire le loro informazioni in un unico calderone.

d – Cioè ogni realtà ha i propri, di numeri?

r – E quindi non riusciamo a dare un quadro esaustivo. Se uno dice che ha mille famiglie, non sappiamo se sono le stesse riferibili ad altre organizzazioni.

d – Perchè accade questo?

r – Non ce lo riusciamo a spiegare.

d – Non ci sarà anche una certa voglia di “protagonismo”?

r – E’ chiaro che questa può essere la peggiore delle ipotesi. Quella alla quale voglio pensare io è una certa reticenza, un po’ di pudore, a diffondere i dati su una determinata platea; ma bisogna comunque capire che di fronte alle risorse a cui si va ad attingere (il cittadino-donatore che fa la spesa per conto terzi o i fondi statali), è meglio andarci con un dato che sia univoco.

d – Il messaggio dunque è…?

r – Quello di fare rete e di essere particolarmente trasparenti da questo punto di vista. Ovviamente occorre anche formare il personale all’interno di tutte queste organizzazioni che gestiscono la privacy dei soggetti bisognosi. Nella nostra organizzazione c’è una professionalità specifica che si occupa, solo ed esclusivamente, di quello. Io stesso non sono a conoscenza dei nomi dei beneficiari (anche se è ovvio che, affiliandoci a una parrocchia, sappiamo di avere una platea, anche per avere certezza che alcuni soggetti non facciano riferimento contemporaneamente anche a un’altra parrocchia).

d – Che tipo di sostegno pubblico ricevete?

r – Abbiamo contribuito a far scrivere e finanziare una legge regionale: come accennavo, nel nostro territorio era assente un sistema organizzato di raccolta delle eccedenze alimentari. Abbiamo fatto dunque un progetto che ci vede in rete con ventisei partner (Comune di Potenza, Caritas, Università etc.), e, a fronte di un investimento di circa 200mila euro, noi ne abbiamo misurati già oltre 650mila, in controvalore, di cibo recuperato e donato ai bisognosi. Abbiamo dimostrato, e questo era il nostro intento, che in questo settore c’è molto da investire, perché si ottengono risorse. In alternativa, infatti, quei 650mila euro di cibo, qualcuno avrebbe dovuto comprarli. 

d – Qual è, secondo lei, un aspetto della povertà lucana che non si è ancora capito?

r – Il tasso di assistenzialismo. Qui da noi, è ancora forte. Da un lato bisogna dunque lavorare sicuramente sugli strumenti di supporto al reddito, di supporto alimentare, ma dall’altro bisogna separare l’aspetto clientelare dell’aiuto alla povertà, dall’effettiva necessità dell’intervento. Pensiamo alla questione Bucaletto: c’è chi, di fatto, fa il povero di professione.

d – Quindi i falsi poveri esistono.

r – I falsi poveri non lo so, ma magari c’è chi si sa barcamenare bene tra tutti i “benefit” che ci sono in città, giocando proprio sul fatto che non tutti gli enti riescono a comunicare bene tra di loro.

d – Il “furbetto” dell’assistenza c’è, diciamo, allora.

r – Sicuramente sì, e questo si supera soltanto con un sistema di controllo molto forte.

d – Le è mai capitato di incontrane qualcuno?

r – Mi è stato raccontato e Potenza è piccola e certe cose si vengono a sapere. Chi attua queste cose non si preoccupa molto delle conseguenze, e anche durante alla Pandemia certe cose si sono viste.

d – C’è una cosa che avreste voluto, ma non siete riusciti a fare?

r – Al momento, mettere a regime questo progetto dal punto di vista infrastrutturale. Si potrebbero utilizzare meglio i contenitori pubblici, in questo caso la nostra mensa (collocata ancora nell’asset dell’Università e che necessita di importanti finanziamenti per la ristrutturazione etc.). Occorre quindi una maggiore e condivisa ottimizzazione degli spazi pubblici e un maggiore protagonismo degli enti preposti.

di Walter De Stradis